Era passato appena un giorno dalla sua trasformazione in matita che Lapo fece i primi passi fuori dal condominio, tra le vie della città. Prima di uscire, per non dare nell’occhio, si infilò una maglietta larga e molto lunga.
Salutò l’edicolante che ricambiò aggiungendo:
“La vedo pallido stamattina. Non si sente tanto bene?”
Lapo scivolò via velocemente senza rispondere.
Al primo incrociò, si scontrò con la vicina.
“Buongiorno! Come sta? Ha cambiato pettinatura?”
Lapo si girò su sé stesso e in pochi istanti seminò la vicina e il suo barboncino che, nel vederlo scappare, iniziò ad abbaiare.
Era deciso a tornare a casa. La prima uscita era stata un disastro.
Passò di fronte la fioraia che stava sistemando dei tulipani in un vaso d’acqua. Lei lo guardò e sorrise.
Fu un momento di grande liberazione e felicità.
Ma fu solo un momento, perché si rese subito conto che aveva un problema. E anche grosso. Non poteva sorridere.
Mentre ci pensava, la sua punta rimase incastrata nella griglia di un tombino e si spezzò.
“Aglia!”, gridò.
Ma la sua espressione era sempre la stessa. Il dolore era talmente forte che si mise a piangere, ma nessuna lacrima usciva dal legno.
Saltellando, se ne tornò a casa, temperò la sua punta inferiore e, quando ebbe finito, prese dei fogli A4 dal cassetto della sua scrivania e iniziò a disegnare dei visi.
Aveva bisogno di più facce: una per quando è felice, una per quando è triste, una per quando si annoia, una per quando piange, una per quando si diverte, una per quando si innamora. E anche una bella faccia tosta, che non si sa mai e, a volte, ce n’è proprio bisogno. Insomma, innumerevoli facce. Ne disegnò più di un centinaio, ma aveva l’impressione che non sarebbero bastate.
(Pag. 28, Storia di una matita, Rizzoli 2012)
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Se non vi piace il rumore, tappatevi le orecchie, perché qui di sicuro si farà un gran Picasso, evitando però di calpestare il Pratesi. Dalì c’è una visione splendida. Mirò il dito su quel personaggio così alto e Magritte, e poi quell’altro pennuto da sembrare un Pollock, lanciando un Dada a sei facce a quella ragazza con due Boccioni così, poi si rese conto che gli puzzava la Capucci e pensò di doversi fare un Duchamp, ma adesso Basquiat! (Pag. 85, Storia di una matita, Rizzoli 2012)

Foto reading

Le persone aumentavano sempre di più e la curiosità veniva rapidamente trasmessa. Fu un vero e proprio contagio. In pochi minuti, la piazza era colma di gente. A quel punto, anche Lapo e Angela si fecero coraggio e uscirono per andare a vedere cosa stesse succedendo.
“È come se stessero tutti raccogliendo margherite… ma è impossibile che ci siano margherite in questa piazza!”, fece Angela, mentre si avvicinava alla folla.
Sulle mattonelle della piazza non c’erano margherite, ma tanti disegni. Non erano solo linee e forme geometriche, ma veri disegni.
“Chi è stato?”, gridò una persona, nella folla.
“Ma sono bellissimi!”, esclamò una bambina.
Lapo aveva capito tutto e non si stupì più di tanto a quella vista. Però, per non destare sospetti, si mise la faccia più stupita che aveva, stando attento a non confondersi con la faccia stupida. Guardò la punta del suo piede e vide che era quasi spuntata, ma continuava a lasciare segni dietro di sé.
“Fantastico!”
“Incredibile!”
“Eccezionale!”

(Pag. 48, Storia di una matita, Rizzoli 2012)

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Quando tornò a casa, trovò tutte le luci accese e un profumo di lasagne.
“Mamma che ci fai?
“Sono venuta a vedere come stai… e nel frattempo, ho ripulito un po’ la tua stanza: c’era una confusione di fogli e di mine. E poi non capisco perché sono così grandi. Ti ho anche preparato qualcosa da mangiare, com’è andato il colloquio ieri? Ti vedo pallido, anzi… ti vedo proprio strano…”
“Sì, mamma, sono giorni un po’ difficili… oggi poi, me ne sono successe di tutti i colori…”
“Lo vedo: sei pieno di linee rosse, stai lasciando una striscia verde sul pavimento, hai poggiato le chiavi sul tavolo e adesso è tutto giallo…”
“Che c’è? Che c’è che non va?”
“Niente! Non c’è niente che non va: sei solo diventato una matita…”
Lapo si distese sul letto, esausto.
“Guarda che non c’è nulla di strano”, continuò la madre, “anch’io ho rischiato di trasformarmi in una padella, quando passavo troppo tempo a cucinare. E poi, quando mi hanno dato il lavoro a scuola, mi stavo per trasformare in un quaderno a quadretti. Sarebbe stato un grosso problema. Ma per fortuna non è successo…”
Lapo si rialzò di scatto.
“Ah! Quindi… può darsi che… insomma… posso tornare come prima?”
“Beh, dipende… se lo vuoi…”
“Non lo so. All’inizio volevo solo disegnare, ma poi ho capito che non si può stare tutta la vita a disegnare. Ma quando l’ho capito ero già diventato una matita…” (Pag. 93, Storia di una matita, Rizzoli 2012)

“Adesso penserai che sono felice perché sono ricco”, disse il magnate, “forse è vero, ma in realtà ho un sacco di problemi, non puoi neanche immaginarti quanti… adesso mi devo preoccupare di una nuova emergenza: le antenne che scappano! Ma ci pensi? Interi gruppi di antenne che lasciano palazzi senza televisione e se ne vanno chissà dove. Sembra una cosa da poco, ma dobbiamo assolutamente risolvere al più presto questo problema perché senza antenne la televisione non può esistere. Hai mai sentito parlare di questo fenomeno?”
“Veramente no…”, disse Lapo.
“E lo so! Certe cose è meglio non saperle… E poi c’è l’emergenza della bambina che si mangia i rumori della televisione… questo è un caso raro, meno preoccupante delle antenne, ma ti pare giusto che dobbiamo fronteggiare anche una bambina capace di mangiarsi i rumori? Comunque… da dove eravamo partiti?” (Pag. 58, Storia di una matita, Rizzoli 2012)
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