Il mio ritorno a scuola.
Racconti e suggestioni.

1. L’occasione

“Occasionale: agg. 1 che costituisce o fornisce l’occasione di qualcosa. 2 Fortuito, accidentale. Per caso.”
Nicola Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana

Per rapporto occasionale si intende qualcosa di effimero, fugace. Se ne dà un’accezione negativa, dimenticando che la parola “occasionale” è figlia della parola ”occasione”, che vuol dire opportunità.
Nel pensare comune, è difficile, se non impossibile, raggiungere una conoscenza profonda accumulando esperienze occasionali. Tuttavia, la mia è una moltitudine di esperienze effimere che vanno a comporre un mosaico della scuola, delle scuole. Le scuole che mi invitano, che mi accolgono, che mi fanno sentire a casa.
Spesso, scopro che i bambini guardano con curiosità e sorpresa il mio atteggiamento: voglio sentir parlare tutti, anche quelli più irrequieti che scherzano, a cui le maestre dicono di stare zitti. Dico alle classi che tutti, ma veramente tutti, possono scrivere storie, a partire da loro, e che “Storia di una Matita” non è il mio libro, ma la storia che ho scritto. E la possono liberamente modificare, continuare, allargare, perché anche altre versioni possono essere belle, anche migliori (perché no?). Imparo i loro nomi in pochi minuti. È un piccolo sforzo da fare, ma li fa sentire subito importanti, come è giusto che sia.
Molti adulti si meravigliavano della fiducia incondizionata che ho nei bambini, nella mia idea di farli sentire liberi e allo stesso tempo cercare di rispettare l’importanza di ognuno.
Forse questa mia utopia sarebbe stata attutita da una non-occasionalità dell’esperienza scolastica, da un lavoro fisso, dalla possibilità di avere una cattedra tutta mia.
La routine, anche se bellissima, porta con sé il rischio di logorare.
D’altro canto, visto che i tempi non facilitano l’inserimento di giovani nel mondo dell’insegnamento, preferisco così. Mi tengo stretta la mia occasionalità, come ricchezza, mia, personale, ma da condividere e mettere al servizio degli altri, docenti e alunni. E spero che questa ricchezza possiate percepirla e apprezzarla anche voi.

 

 2.     La classe siamo noi!

(Per una scuola aperta)

Capita, dunque, troppo di rado di poter andare in una scuola. Per chi scrive per ragazzi dovrebbe essere quasi obbligatorio. Forse un giorno lo sarà![…] Per i bambini e i ragazzi l’incontro con un “autore” è stimolante, insolito, è una pagina scritta che diventa persona viva.[…] Una scuola con le porte più aperte sarebbe una scuola più vera e più viva.

Gianni Rodari, Un autore tra gli alunni, 1968

Da piccolo, tra i banchi di scuola, giravo spesso lo sguardo verso la finestra. E superavo con la mente quel vetro che mi separava dal mondo esterno. E guardavo, osservavo, seguivo con gli occhi ogni minima azione che veniva a crearsi.
Cercavo di non farmi notare troppo. In fondo, anche la lavagna era una finestra su un mondo, un mondo di parole nuove, di formule matematiche, di forme geometriche. Un mondo fatto di regole, che spesso non capivo e non sapevo come maneggiare.
Il mondo fuori era fermo, ma solo in apparenza.
Mi lasciavo trasportare. Osservavo le nuvole, contavo le macchine, mi concentravo su qualche dettaglio: la spettacolare caduta delle foglie, i cani a zonzo, le pozzanghere, i passeggeri di un autobus. E ancora le nuvole e il cielo.
Poi, un’occhiata ai miei compagni, per vedere se anche loro erano interessati a quello che accadeva fuori. E una alla maestra, alla lavagna, al teorema di Pitagora.
E di nuovo via, fuori la finestra.
Penserete che stare a scuola non mi piaceva. E invece sì, mi piaceva eccome.
Però io volevo stare all’aria aperta. Avevo bisogno di spazio. Per qualche strano motivo, se come tetto avevo il cielo mi sentivo meglio. Respiravo a pieni polmoni. La mente si spalancava, proprio come una finestra aperta.
Ma perché non portare la scuola fuori dall’aula?
Credo avessi posto il problema ai miei genitori e alle maestre. Sarebbe bello, mi avevano risposto mamma e papà. Stare fuori distrae, era invece la teoria della maestra.
È vero, distrae. Devo ammetterlo. Ma col senno di poi, con un briciolo di esperienza in più, lasciatemi controbattere: distrae da cosa? E a che serve la conoscenza se non viene rapportata a tutto il resto, al mondo fuori?
A 10 anni non ero in grado di dare una risposta del genere. Almeno non in questi termini. Però già allora lo pensavo: io non voglio imparare a parlare e risolvere problemi nel silenzio (silenzio?) di un’aula, voglio risolverli fuori, all’aria aperta, in mezzo al traffico e circondato da rumori, odori, movimenti.
Il mio desiderio rimase un sogno, un sogno che annualmente si esaudiva con la gita: il vivaio vicino casa, le grotte di Pertosa, la reggia di Caserta.
Ma perché solo una volta all’anno?
Qualche anno più avanti, era il mondo esterno che entrava in classe. In quarta liceo, iniziarono gli incontri con gli scrittori, i giornalisti, le visite all’università, i tornei sportivi. Ma il liceo è già un’altra storia, rimaniamo alle scuole elementari.
Tra i banchi di scuola, con lo sguardo oltre la finestra, fantasticavo con forza, come una speranza che un giorno si potesse avverare: un grande trasloco.
Trasferire i banchi e le sedie di legno, la lavagna, l’appendi giubbotti, i miei compagni e la maestra in cortile, o nel grande prato verde che circondava l’edificio scolastico. E anche gli zaini e gli strumenti di lavoro. E fare scuola lì.
No, care maestre, non pensate che fosse un trucco. Che poi, una volta sul prato, mi sarei rotolato. O avrei tirato fuori dal cilindro (cioè dallo zaino) un pallone o un frisbie o le biglie. E tutti a giocare. No, dico, fare scuola, con la maestra e i libri di testo e tutto il resto. E anche la lavagna, di quelle portatili e che si girano.
Sì, esattamente, fare scuola per come la intendete voi.
E con il tempo, come la mettiamo? E gli edifici scolastici, che fine faranno?
Serviranno per quando farà freddo, per quando pioverà. Ma qui al sud c’è sempre il sole. E nei giorni di luce, staremo fuori.
La scuola vera è fuori!
E la classe, in fondo, non è la stanza dove stiamo.
La classe siamo noi!

È la classe, alla fine, quella che ti salva. Dal senso di chiusura e ristrettezza delle quattro mura. Dalla pigrizia mentale degli adulti. Perché in una stanza si ricrea un mondo. Altrimenti, sai che noia. E ce ne raccontavamo di tutti i colori. Questo me lo ricordo. Però, se dovessi raccontarvi un solo aneddoto, farei fatica.
Dicono che i ricordi d’infanzia riemergano con incredibile nitidezza quando si è vecchi. Quindi, non è proprio il momento adatto per mettermi a scrivere. A ventinove anni si guarda avanti.
Però ricordo gli scherzi, le penne lanciate, i combattimenti, i giochi a chi arriva prima all’uscita, il gioco di far cadere i giubbotti che erano sempre troppo pesanti.
Se non fosse per una “foto ricordo” che ho davanti a me, probabilmente non mi ricorderei neanche i nomi della maggior parte dei miei compagni.

Una classe ristretta. Poco più che una squadra di calcio. La classe entra in aula, si posiziona. Alla lavagna: la maestra. Centravanti di sfondamento: le bambine più diligenti. In mediana: la maggior parte della classe. In difesa: i bambini che pensavano solo a giocare e prendevano sui quaderni dei semplici V (visto!) E in porta? In porta c’ero io. E quando la palla era avanti, lanciavo la mia immaginazione fuori la finestra, senza destare sospetti. E quando la palla arrivava dalle mie parti, paravo e rilanciavo per come potevo.

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Continua…

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