Storia di una Matita ad Altomonte

Se Gianni Rodari potesse incontrare Michele D’Ignazio gli stringerebbe la mano e gli direbbe “Caspita, la storia della matita Lapo avrei proprio voluto scriverla io!”
Mentre leggevo questo libro pensavo proprio che si tratta di una storia estremamente rodariana, un po’ per il binomio fantastico tanto caro al buon Gianni, che – come lui stesso insegna nella sua “Grammatica della Fantasia” è lo stimolo per creare storie fantastiche e meravigliose – un po’ per l’intreccio, la scorrevolezza, la piacevole sensazione che provavo man mano che le pagine scorrevano.
Il binomio fantastico con cui prende il via la “Storia di una Matita” è il RAGAZZO/MATITA.

Lapo, giovane disegnatore, che un bel giorno si sveglia trasformato in matita. La cosa lo sorprende un po’, ma non lo sconvolge più di tanto, perché in quel momento Lapo ha cose più importanti a cui pensare, come trovarsi un lavoro. Ok, ma e’ diventato una MATITA… insomma, personalmente la cosa mi avrebbe sconvolto parecchio di più di quanto non sembri sconvolgere Lapo e tutti quelli che lo circondano. Ed e’ qui che mi e’ venuta in mente Alice Cascherina, che casca dappertutto come se fosse la cosa più normale del mondo. E Lapo uguale: si e’ trasformato in una matita, ma questo non sconvolge più di tanto l’ordine delle cose. Ammetto all’inizio di essere rimasta un po’ spiazzata, ma poi ho colto il parallelo tra i due autori e lo spiazzamento e’ diventato ammirazione per il giovane Michele. Era davvero riuscito in una cosa degna del grande Gianni!

Michele D'Ignazio, Storia di una matita (Rizzoli)

Michele D’Ignazio, Storia di una matita (Rizzoli)

La storia di Lapo prosegue, e non voglio rovinarvi la sorpresa di leggere come andrà a finire, meglio ancora se lo farete in classe con i vostri ragazzi. Sicuramente quelli di Quarta e Quinta apprezzeranno questo libro simpaticissimo, agile, vivace e piacevole.
Mi soffermo solo su uno spunto di riflessione che ho colto e che penso sia interessante riproporre in classe (ovviamente ce ne sono molti altri): Lapo, che essendo una matita non ha faccia, deve sempre portare con sé ovunque vada un repertorio di facce disegnate su carta da indossare nelle varie occasioni, e da cambiare velocemente quando cambiano le situazioni. Talvolta sbaglia a prendere la faccia da indossare, provocando reazioni inaspettate in chi è con lui in quel momento.

Quante volte anche noi ci “mettiamo su” una faccia che non e’ la nostra?

Quando saremmo tentati di usare una certa faccia, ma poi ce ne appiccichiamo sul viso un’altra, dettata dalle circostanze, dal buoncostume, dalle aspettative degli altri, dall’ipocrisia?

La nostra faccia è sempre la nostra faccia?

Credo che con i più grandini si possano fare interessanti riflessioni su questo argomento, partendo dalla lettura di questo libro.

San Sepolcro

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