Gli amici della libreria “Saremo Alberi” di Salerno, ogni volta che mi invitano a incontrare i bambini, si inventano dei giochi particolari. L’ultima volta mi hanno chiesto di portare quattro foto per me importanti. Avrebbero lasciato che i bambini fantasticassero e provassero a indovinare perché queste foto erano importanti per me. In un secondo momento, avrei raccontato io la storia che c’è dietro ognuna delle quattro foto.

La mansarda di Torino

La mansarda di Torino

Per due anni ho vissuto in una grande città del Nord: Torino. È stato un periodo importante per me, perché ho potuto dedicarmi totalmente alla mia passione per la scrittura. Avevo finito l’università e ancora non avevo un lavoro, proprio come Lapo. Solo che il mio sogno era diventare scrittore.

Vivevo in una piccola mansarda all’ultimo piano di un palazzo (molti bambini ci hanno visto l’appartamento di Lapo), con una visuale splendida sui tetti di Torino e sulla Mole Antonelliana.

D’inverno a Torino faceva talmente freddo che le tubature dell’acqua si congelavano e la città si riempiva di neve che, per più di un mese, ci faceva compagnia con il suo bel carico di freddo.

Faceva così freddo che a volte dormivo con il cappello, i guanti e la sciarpa. Però la città era bella e magica, soprattutto quando nevicava. Dalla finestra della piccola mansarda in cui abitavo avevo una visuale incantata, sembrava di stare in un sogno. A volte sospiravo, perché mi sentivo un po’ solo. Ma era un sospiro dolce. È lì che ho scritto tanti racconti, tra cui “Storia di una matita”. È lì che è iniziata la mia avventura di scrittore.

Il Brasile

Il Brasile

Il Brasile è stato il mio ultimo grande viaggio. Ci sono stato tre anni fa. Ho vissuto per più di un mese in un piccolo villaggio nel bel mezzo della foresta, dove si potevano incontrare tanti animali strani.
Di macachi ce n’erano a centinaia sugli alberi e saltavano di ramo in ramo.
C’erano gli armadilli, che si possono descrivere come dei topi con un armatura medievale di colore nero e bianco, una coda a forma di triangolo e un modo di muoversi goffo e simpatico. Sembrano pronti per un palio o un duello. E invece di fronte agli esseri umani sono spauriti, con l’unico pensiero di mimetizzarsi con la foresta circostante. Forse, l’animale più buffo e particolare che io abbia mai visto.
E poi c’erano anche ragni giganti e serpenti velenosi. Uno mi ha anche attaccato. Me la sono vista brutta, ma per fortuna sono scappato.
Tra i ricordi che ho del Brasile ci sono le case, che erano come capanne, bellissime. Il gran caldo, le strade polverose e i tanti bambini che giocavano, sempre. Anche quando pioveva.
Ricordo una sera, quando si mise a diluviare e non smetteva più. Andò avanti per ore e ore. Le strade erano diventate fiumi. Ero nel centro del villaggio e nella piazza c’erano dei trampolini. A un certo punto, tanti bambini, nel mezzo del diluvio, con gocce grandi come chicchi di caffè, andarono a saltare, incuranti della pioggia. Anzi, era ancora più divertente.
In Italia, probabilmente avrei sentito tante mamme che gridavano “Tornate a casa che vi bagnate! Vi prendete il raffreddore, la febbre, la broncopolmonite (e anche qualche altra malattia che in realtà non esiste)”. Ma lì, in Brasile, quella sera, si sentivano solo grida di gioia e di divertimento.

Il mio quartiere

Il mio quartiere

Questo è il quartiere dove sono cresciuto. Ho avuto un infanzia molto felice.
Da bambini giocavamo tutto il tempo in cortile, a nascondino, a calcio, a biglie, con le figurine Panini. E poi andavamo a mangiare un bel panino all’alimentari della signora Maria, che li faceva buonissimi. A carnevale, quando avevo 8 anni, mi sono vestito da Superman.

Gli USA

Gli USA

Questa è la foto più vecchia. Avevo 3 anni, il luogo è lontano quasi come il Brasile.
Da bambino ho vissuto per due anni negli Stati Uniti d’America, ad Athens Ohio.
Andavo all’asilo, dove non mi facevano bere mai acqua, ma solo latte, perché così saremmo cresciuti più forti. Al pomeriggio giocavo tra le palazzine, dove c’era tanto verde, un lago e di notte spuntavano tante lucciole, piccole lanterne tra gli alberi. Era una magia.
La cosa bella di quel posto è che c’era tutto il mondo. Giocavo con bambini che venivano dalla Palestina, dall’Indonesia, dalla Francia, dal Venezuela, dalla Colombia, dal Madagascar, dalla Cina e dal Giappone.
I miei migliori amici si chiamavano Mugnarasi, Kelvin e Ramis.
Ci piaceva andare in bici tutto il tempo. E ci divertivamo un sacco. C’era però una cosa che non mi piaceva tanto fare. Andare in altalena. Mi dava le vertigini.
Ma è stato un periodo fantastico. Ho imparato in quattro e quattr’otto l’inglese. O meglio, l’americano. E ho imparato subito che il mondo è veramente grande, ma allo stesso tempo si può racchiudere in un piccolo quartiere.

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