Un messaggio per tutti i bambini che avrei dovuto incontrare ad aprile e a maggio, parlando di “Storia di una matita”: Lavello, Termoli, Avellino, Empoli, Alessandria, Perugia, Cosenza e tante altre scuole e festival in Italia e in Calabria.

La realtà supera la fantasia e l’immaginazione. Mai e poi mai mi sarei immaginato di vivere quello che stiamo vivendo tutti noi dai primi di marzo.
Ho provato a pensare a qualche parallelismo tra la storia di Lapo e quello che stiamo vivendo. E devo dire che ne ho trovati tanti.
A Lapo è successo qualcosa di assurdo, incredibile, inimmaginabile, proprio come a noi.
Lui si è trasformato in una matita e i primi giorni non può e non vuole uscire di casa, così come noi che siamo costretti, per il bene di tutti, a rimanere a casa.
Però a un certo punto bisognerà pur uscire.
Nel caso di Lapo, deve vincere le sue paure. Ma continua a farsi tante domande: “Come sarà la nuova vita?”, “Come sarà il rapporto con gli altri?” “Riuscirò a trovare lavoro?
E deve anche andare al supermercato, perché nel suo frigo sono rimaste solo una mezza cipolla e un po’ di latte.

Era passato appena un giorno dalla sua trasformazione in matita che Lapo fece i primi passi fuori dal condominio, tra le vie della città. Prima di uscire, per non dare nell’occhio, si infilò unaStoria di una matita_Copertina (alta risoluzione) maglietta larga e molto lunga. Salutò l’edicolante, che ricambiò aggiungendo:
“La vedo pallido stamattina. Non si sente tanto bene?”
Lapo scivolò via velocemente senza rispondere, ma al primo incrociò si scontrò con la vicina di casa.
“Buongiorno! Come sta? Ha cambiato pettinatura?”
Lapo si girò su sé stesso e in pochi istanti seminò la vicina e il suo barboncino che, nel vederlo scappare, iniziò ad abbaiare.
Era deciso a tornare a casa. La prima uscita era stata un disastro.
Passò di fronte la fioraia che stava sistemando dei tulipani in un vaso d’acqua. Lei lo guardò e sorrise.
Fu un momento di grande liberazione e felicità.
Ma fu solo un momento, perché si rese subito conto di avere un problema. E anche grosso. Non poteva sorridere.
Mentre ci pensava, la sua punta rimase incastrata nella griglia di un tombino e si spezzò.
“Aglia!”, gridò.
Ma la sua espressione era sempre la stessa. Il dolore era talmente forte che si mise a piangere, ma nessuna lacrima uscì dal legno.
Saltellando, se ne tornò a casa, temperò la punta inferiore e, quando ebbe finito, prese dei fogli dal cassetto della sua scrivania e iniziò a disegnare dei visi.
Aveva bisogno di più facce: una per quando era felice, una per quando era triste, una per quando si diverteva, una per quando si annoiava, una per quando piangeva, una per quando si innamorava. E anche una bella faccia tosta, che non si sa mai e, a volte, ce n’è proprio bisogno. Insomma, innumerevoli facce. Ne disegnò più di un centinaio, ma aveva l’impressione che non sarebbero bastate.
(Pag. 28, “Storia di una matita”, Rizzoli)

Quando Lapo fa i primi passi fuori da casa, nessuno si avvicina a lui, lo guardano con sospetto. Succede anche a noi, quelle volte in cui dobbiamo uscire.
 
Lapo non ha più una faccia.
Anche noi, quando usciamo, l’abbiamo in parte persa. Perché dobbiamo usare una mascherina.
 
Con le mascherine, gli altri a mala pena riescono a vedere i nostri occhi.
Non abbiamo più un sorriso. È nascoso, ma è come se non l’avessimo.
Stessa cosa succede a Lapo. Che deve disegnare tante facce.
Anzi, potrebbe essere un’idea: provare a disegnare qualcosa sulla mascherina, un sorriso possibilmente, soprattutto quando le cose andranno meglio negli ospedali.
Abbiamo quindi imparato, in questi giorni, a sorridere con gli occhi, durante le nostre uscite.
 
Alla fine però le cose prenderanno forma, la storia entrerà nel vivo e Lapo si lancerà in una avventura rocambolesca. Con la sua arte cercherà di riscoprire la bellezza, in un mondo che ha un gran bisogno di essere ridisegnato.
 
Ecco, anche noi ci troviamo nella sua stessa condizione, se ci pensate bene: quando usciremo (noi che siamo rimasti a casa, aspettando che medici e infermieri svolgessero un lavoro fondamentale per la salute di tante persone) quando usciremo dovremo mettere in gioco tutte le nostre capacità creative, quelle più buone e sincere che abbiamo, per iniziare a ridisegnare il mondo, farlo più giusto, più equilibrato e più bello.
 
Insomma, sono convinto che questa storia che stiamo vivendo, come la storia di Lapo, all’inizio è un po’ ingarbugliata e piena di scarabocchi incomprensibili. Ma dagli scarabocchi sono più che sicuro che riusciremo a tirare fuori tanti colori e tanti bei disegni.
 
Se avete domande, scrivetemele tra i commenti a questa pagina o nei commenti del video.ci saranno tante occasioni, in futuro, per incontrarci di persona.

Un abbraccio!

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