Questa volta fu il mignolo della sua mano sinistra a dirigersi verso la narice destra. Il dito piccolo sembrava più adatto a quel tipo di operazione. Gira e rigira, scava e riscava, a un certo punto Lapo sentì un odore. Era l’odore delle sue matite.
“Ah! Fantastico” sussurrò.
Un piccolo ghigno di soddisfazione attraversò il suo viso. Adorava l’odore di legno misto a grafite. E in più aveva respirato: quell’incredibile macchina scavatrice che era il suo dito mignolo era arrivata al condotto respiratorio. Aveva creato un tunnel e ora Lapo, dall’altra parte, riusciva a sentire qualche odore.
Si sentì felice, per un momento.
Ma non era del tutto soddisfatto e continuò a rigirarsi il dito mignolo nel naso.
Drin… drin… drin…
“Ma che gli è preso stamattina?”
Questa volta non ne volle sapere nulla. Lasciò squillare il telefono e continuò a scavare. Sentì ancora una volta l’odore della matita. Ne fu felice. Poi tirò fuori il mignolo, si alzò da terra e si preparò un bel caffè.
L’aroma gli arrivò intenso, quando uscì dalla macchinetta. Lo versò che era ancora caldo.
Solo quando poggiò le labbra sul bordo della tazza notò quella stranezza. Spalancò gli occhi.
C’era poco da fare, aveva visto bene. La punta ben temperata, il colore giallo, la forma esagonale. Era una matita bellissima. L’unico problema è che aveva preso il posto del suo dito mignolo.
“Mi sto proprio ammattendo!”
Scappò in bagno e prese il termometro. Si misurò la febbre, ma il mercurio si fermò a 36,8 gradi.
“Febbre non ne ho! Forse sono le medicine, devo avere un’allucinazione. Ma scusa, ora che ci penso, non ho preso nessun farmaco… com’è possibile allora?”
A quel punto gli girò la testa e si accasciò sul tappetino del bagno.

(Pag. 18, Storia di una matita, Rizzoli)

 

A fine giornata, la trasformazione era completata.
Lapo era un’unica grande matita appuntita del tipo HB, con attaccate due matite più piccole come braccia. Non aveva più gambe e per spostarsi doveva saltellare. Al posto della faccia, aveva una grossa punta di grafite che sembrava una cresta.
La situazione era davvero bizzarra. Si guardò allo specchio, muovendo le sue tre punte si chiese:
“Ma come faccio a vedere se non ho più occhi? E come faccio a sentire gli odori se non ho più un naso?”
Non riusciva a trovare risposte. Amici a cui chiedere consigli non ne aveva e non voleva neanche chiamare sua madre, che si sarebbe preoccupata. All’ospedale non volle andare, perché aveva una gran paura degli ospedali.
Rimase alcuni lunghi minuti a riflettere, impalato di fronte allo specchio, cercando di mantenere la calma.
Non poteva assolutamente uscire di casa in quelle condizioni, con quell’aspetto. Doveva fare qualcosa.
Pensò di temperare la base della matita, dove poco prima c’erano i piedi. Così si sarebbe mosso meglio, scivolando, proprio come fa una matita su un foglio.
Aveva bisogno di un temperamatite. Molto grande, però. Accese il computer con la punta destra e con qualche difficoltà digitò: tem-pe-ra-ma-ti-te gi-gan-te.
“Bingo!” disse.
E non si preoccupò più di capire come riuscisse a parlare anche senza avere una bocca.
“Allora, diametro: 20 centimetri; lama: 28 centimetri. Dovrebbe andare bene. Perfetto. Lo ordino!”
Su internet si trovava davvero di tutto.
Poche ore dopo, il postino gli lasciò davanti alla porta il pacco contenente l’enorme temperamatite.
Una temperatina e Lapo aveva una quarta punta al posto dei piedi e riusciva a scivolare bene sul pavimento. Si rese conto, però, che lasciava un segno ovunque andava e qualsiasi cosa toccava. La tastiera del computer era tutta scarabocchiata e il pavimento pieno di ghirigori. Ma in quel momento aveva altro a cui pensare. Avrebbe pulito più tardi. Non sapeva ancora come, ma non si perse d’animo: un modo l’avrebbe trovato.
Riusciva a vedere, sentire, annusare. Era un miracolo. Il raffreddore non ce l’aveva più e pensò che forse qualcosa di positivo nell’essere matita c’era.
“Ecco! Le matite non si ammalano.
Ma rimaneva il fatto che la sua testa era una gigantesca punta di grafite. Non poteva farsi vedere dalla vicina in quel modo. Aveva bisogno di un viso con due occhi, due orecchie, una bocca, due guance e anche due sopracciglia.
Allora, su uno degli enormi fogli che usava per disegnare, tracciò i contorni di una faccia dall’espressione un po’ corrucciata.

(Pag. 24, Storia di una matita, Rizzoli)

 

Era passato appena un giorno dalla sua trasformazione in matita che Lapo fece i primi passi fuori dal condominio, tra le vie della città. Prima di uscire, per non dare nell’occhio, si infilò una maglietta larga e molto lunga.
Salutò l’edicolante che ricambiò aggiungendo:
“La vedo pallido stamattina. Non si sente tanto bene?”
Lapo scivolò via velocemente senza rispondere.
Al primo incrociò, si scontrò con la vicina.
“Buongiorno! Come sta? Ha cambiato pettinatura?”
Lapo si girò su sé stesso e in pochi istanti seminò la vicina e il suo barboncino che, nel vederlo scappare, iniziò ad abbaiare.
Era deciso a tornare a casa. La prima uscita era stata un disastro.
Passò di fronte la fioraia che stava sistemando dei tulipani in un vaso d’acqua. Lei lo guardò e sorrise.
Fu un momento di grande liberazione e felicità.
Ma fu solo un momento, perché si rese subito conto di avere un problema. E anche grosso. Non poteva sorridere.
Mentre ci pensava, la sua punta rimase incastrata nella griglia di un tombino e si spezzò.
“Aglia!”, gridò.
Ma la sua espressione era sempre la stessa. Il dolore era talmente forte che si mise a piangere, ma nessuna lacrima usciva dal legno.
Saltellando, se ne tornò a casa, temperò la sua punta inferiore e, quando ebbe finito, prese dei fogli dal cassetto della scrivania e iniziò a disegnare dei visi.
Aveva bisogno di più facce: una per quando era felice, una per quando era triste, una per quando si divertiva, una per quando si annoiava, una per quando piangeva, una per quando si innamorava. E anche una bella faccia tosta, che non si sa mai e, a volte, ce n’è proprio bisogno. Insomma, innumerevoli facce. Ne disegnò più di un centinaio, ma aveva l’impressione che non sarebbero bastate.
(Pag. 28, Storia di una matita, Rizzoli)
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Storia di una matita

Se non vi piace il rumore, tappatevi le orecchie, perché qui di sicuro si farà un gran Picasso, evitando però di calpestare il Pratesi. Dalì c’è una visione splendida. Mirò il dito su quel personaggio così alto e Magritte, e poi quell’altro pennuto da sembrare un Pollock, lanciando un Dada a sei facce a quella ragazza con due Boccioni così, poi si rese conto che gli puzzava la Capucci e pensò di doversi fare un Duchamp, ma adesso Basquiat! (Pag. 85, Storia di una matita, Rizzoli)

Foto reading

Le persone aumentavano sempre di più e la curiosità veniva rapidamente trasmessa. Fu un vero e proprio contagio. In pochi minuti, la piazza era colma di gente. A quel punto, anche Lapo e Angela si fecero coraggio e uscirono per andare a vedere cosa stesse succedendo.
“È come se stessero tutti raccogliendo margherite… ma è impossibile che ci siano margherite in questa piazza!”, fece Angela, mentre si avvicinava alla folla.
Sulle mattonelle della piazza non c’erano margherite, ma tanti disegni. Non erano solo linee e forme geometriche, ma veri disegni.
“Chi è stato?”, gridò una persona, nella folla.
“Ma sono bellissimi!”, esclamò una bambina.
Lapo aveva capito tutto e non si stupì più di tanto a quella vista. Però, per non destare sospetti, si mise la faccia più stupita che aveva, stando attento a non confondersi con la faccia stupida. Guardò la punta del suo piede e vide che era quasi spuntata, ma continuava a lasciare segni dietro di sé.
“Fantastico!”
“Incredibile!”
“Eccezionale!”

(Pag. 48, Storia di una matita, Rizzoli)

Disegno Piazza

Quando tornò a casa, trovò tutte le luci accese e un profumo di lasagne.
“Mamma che ci fai?
“Sono venuta a vedere come stai… e nel frattempo, ho ripulito un po’ la tua stanza: c’era una confusione di fogli e di mine. E poi non capisco perché sono così grandi. Ti ho anche preparato qualcosa da mangiare, com’è andato il colloquio ieri? Ti vedo pallido, anzi… ti vedo proprio strano…”
“Sì, mamma, sono giorni un po’ difficili… oggi poi, me ne sono successe di tutti i colori…”
“Lo vedo: sei pieno di linee rosse, stai lasciando una striscia verde sul pavimento, hai poggiato le chiavi sul tavolo e adesso è tutto giallo…”
“Che c’è? Che c’è che non va?”
“Niente! Non c’è niente che non va: sei solo diventato una matita…”
Lapo si distese sul letto, esausto.
“Guarda che non c’è nulla di strano”, continuò la madre, “anch’io ho rischiato di trasformarmi in una padella, quando passavo troppo tempo a cucinare. E poi, quando mi hanno dato il lavoro a scuola, mi stavo per trasformare in un quaderno a quadretti. Sarebbe stato un grosso problema. Ma per fortuna non è successo…”
Lapo si rialzò di scatto.
“Ah! Quindi… può darsi che… insomma… posso tornare come prima?”
“Beh, dipende… se lo vuoi…”
“Non lo so. All’inizio volevo solo disegnare, ma poi ho capito che non si può stare tutta la vita a disegnare. Ma quando l’ho capito ero già diventato una matita…” (Pag. 93, Storia di una matita, Rizzoli)

“Adesso penserai che sono felice perché sono ricco”, disse il magnate, “forse è vero, ma in realtà ho un sacco di problemi, non puoi neanche immaginarti quanti… adesso mi devo preoccupare di una nuova emergenza: le antenne che scappano! Ma ci pensi? Interi gruppi di antenne che lasciano palazzi senza televisione e se ne vanno chissà dove. Sembra una cosa da poco, ma dobbiamo assolutamente risolvere al più presto questo problema perché senza antenne la televisione non può esistere. Hai mai sentito parlare di questo fenomeno?”
“Veramente no…”, disse Lapo.
“E lo so! Certe cose è meglio non saperle… E poi c’è l’emergenza della bambina che si mangia i rumori della televisione… questo è un caso raro, meno preoccupante delle antenne, ma ti pare giusto che dobbiamo fronteggiare anche una bambina capace di mangiarsi i rumori? Comunque… da dove eravamo partiti?” (Pag. 58, Storia di una matita, Rizzoli)
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10. Storia di una Matita

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